Lotta alla desertificazione e alla siccità

Oggi si celebra la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, istituita nel 1994 dalle Nazioni Unite. L’obiettivo è focalizzare l’attenzione sul problema dell’impoverimento delle terre fertili a vantaggio dell’urbanizzazione e delle colture intensive, fenomeno che ha già stravolto il 70% degli ecosistemi globali. Ibrahim Thiaw, segretario esecutivo della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, sentenzia: “Se continuiamo a produrre e a consumare come al solito, manterremo la capacità del Pianeta di sostenere la vita fino a quando non rimarranno nient’altro che scarti. Tutti noi dobbiamo fare scelte migliori su ciò che mangiamo e su ciò che indossiamo per aiutare a proteggere la Terra”.

Ad oggi, infatti, si stima che oltre il 33% dei suoli mondiali sia già moderatamente o fortemente degradato e che per formare un solo 1 cm di suolo fertile siano necessari dai 100 ai 1000 anni.

Per questo non dobbiamo mai dimenticare che il suolo è vivo ed è una risorsa naturale non rinnovabile, un patrimonio di biodiversità e un indispensabile serbatoio di carbonio, dalla cui corretta gestione può dipendere la lotta ai cambiamenti climatici.

 

Le cause di desertificazione e siccità

Ciò che causa la desertificazione e la siccità della terra dipende direttamente dalle attività umane e dai conseguenti cambiamenti climatici.

Perché? Perché oggi più che mai siamo di fronte a uno sfruttamento eccessivo e a un uso inappropriato degli ecosistemi delle terre aride (circa un terzo della superficie terrestre).

 

Il tema 2020

Food. Feed. Fibre” (“Cibo. Mangimi. Fibre tessili”). È questo il tema scelto per il 2020, che si concentra sulla relazione tra consumi, sfruttamento di suolo e desertificazione. Per le Nazioni Unite, infatti, il principale motore di degrado del territorio è l’incessante produzione messa in atto per rispondere ai bisogni alimentari e consumistici dell’umanità. Man mano che la popolazione cresce e migliorano le condizioni di vita, cresce parallelamente anche la domanda di terra da utilizzare per produrre cibo, alimenti per animali e fibre per l’abbigliamento.

Una crescita esponenziale che lascia presagire scenari tutt’altro che positivi. Secondo le stime dell’Onu, se tali fenomeni non subiranno una drastica riduzione, entro il 2030 la produzione di cibo per l’umanità comporterà la trasformazione in deserto di 300 milioni di ettari di terreno e il mutamento irreversibile del 90% degli ecosistemi entro il 2050.

Inoltre, lo sfruttamento di terreno aumenta di pari passo all’incremento delle emissioni che, incidendo sui cambiamenti climatici, provocano ulteriori stravolgimenti agli ecosistemi.

 

Terra sana = persone sane

Per limitare questo declino è fondamentale un radicale cambiamento degli stili di vita. Secondo le Nazioni Unite, infatti, il solo cambiamento dietetico può liberare tra gli 80 e i 240 milioni di ettari di terra.

L’obiettivo generale dovrebbe essere quello professato dalla Convenzione del 1994 nel suo motto “terra sana = persone sane” che si sposa alla perfezione con i nostri principi e il nostro mantra “terra buona, cibo sano”.

 

I dati sul territorio italiano

In Italia si stima che ci siano aree in cui, a causa dei cambiamenti climatici e di pratiche agronomiche forzate, la percentuale di sostanza organica contenuta nel terreno è scesa al 2%, soglia per la quale si può iniziare a parlare di deserto. Le aree a rischio sono la Sicilia (70%), il Molise (58%), la Puglia (57%) e la Basilicata (55%), mentre in Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30 e il 50%: nel complesso il 20% del territorio italiano rischia di diventare incoltivabile.

Una escalation che, per essere contrastata, ha bisogno di un radicale ripensamento della dieta alimentare dei singoli e di una trasformazione significativa nei sistemi di coltivazione. Cambiare è doveroso e inevitabile e solo adottando tecniche e tecnologie agricole rispettose del suolo e della terra (come quelle che promuove ARCA ad esempio) si può immaginare un futuro migliore.

Gabriella Mazzetta



Gabriella Mazzetta
g.mazzetta@arca.bio
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